<img src="http://www.oracamminiamoeretti.com/oce/images/uploads/aranciork.jpg" border="0" alt="image" name="image" width="240" height="400" />
Cammineremo nel parco, tenendoci per mano.
E' quello che farà l'artista Christo insieme alla sua compagna Jeanne-Claude, durante i 16 giorni in cui si terrà la colossale installazione The Gates.
New York, Central Park, dal 12 al 27 febbraio. Il coronamento di un sogno durato 26 anni.
<div align=justify>Central Park. Il polmone cittadino. Tra la centodecima e la cinquantanovesima, tra la fifth avenue e central park west. Cinque ettari di verde perfettamente rettangolare, ritagliato nel tessuto ortogonale della Manhattan ottocentesca dagli architetti urbanisti Frederick Olmsted e Calvert Vaux. Inaugurato nel 1876 come un'oasi di campagna nella città già popolatissima. Un parco pittoresco, con piccole colline e corsi d'acqua, e percorsi tortuosi in contrasto con la griglia ortogonale che disegna i grandi isolati circostanti. L'unico posto di New York in cui si cammina senza fretta, nella città in cui si cammina di più al mondo.
Per Olmsted e Vaux le porte del Central Park dovevano essere i punti d'ingresso dalla città verso il parco, fruibili a tutti, aperte e libere. Cancelli non come chiusura, ma come invito. Come la porta finestra che conduce al giardino di casa. Come ingressi verso un mondo diverso, silenzioso nel caos della città, pulito in mezzo all'inquinamento. Porte come l'espressione democratica della massima accessibilità a tutti. Porte dimensionali.
La prima idea della colossale opera viene presentata nel 1979. L'obiettivo di Christo, la sua prima suggestione, è stata quella di concretizzare, forse per la prima volta, il concetto di porte aperte e libere per gli ospiti dell'immenso parco, un legame diretto e immediato tra la città e il suo immenso verde.
La prima proposta venne rifiutata per gli altissimi costi di realizzazione e per il forte stato di degrado in cui il parco si trovava. Negli anni successivi lle amministrazioni newyorkesi resero il parco sempre più fruibile dai cittadini, creando le condizioni ideali per incoraggiare l'artista a perseverare. Dopo l'undici settembre, con l'avvento di Bloomberg, qualcosa si muove. Il progetto, meditato per cinque lustri, viene approvato nel 2003.
Il primo progetto era costituito di mille porte. Nei giorni scorsi ne sono state montate 7532.
Trentasette chilometri da percorrere attraversando architravi in vinile arancio, alti quasi cinque metri, distanziati tra loro di circa tre metri e mezzo, sui quali sono appese grandi tende color zafferano, che ondeggiano con il vento tra gli alberi spogli del parco a due metri da terra, come grandi vele libere.
Per montare l'enorme opera sono stati reclutati 600 volontari. L'intera opera è stata autofinanziata attraverso la vendita di bozzetti, litografie firmate, plastici, collages e merchandising. Ogni elemento dell'installazione è completamente riciclabile.
Il progetto dell'installazione è strettamente correlato e suggestionato dall'impianto della città e dal rapporto che la stessa ha con il parco. Il rigido tessuto ortogonale dei blocks, la fitta tessitura di streets ed avenues, la stessa forma rettangolare dei confini del parco, contrastano con la morbidezza e tortuosità dei sentieri interni al parco, e ai percorsi spontanei che le persone creano camminando attraverso i prati.
Artificiale e naturale vengono combinati nell'elemento singolo attraverso il portale rigido, a sezione quadrata ed angoli retti, e il tessuto morbido, flessibile ed imprevedibile, mosso dal vento, elemento naturale ed ingovernabile per eccellenza. Allo stesso modo la dicotomia viene esaltata dalla disposizione dei portali secondo lo stesso schema morbido e tortuoso che Olmsted e Vaux scelsero centocinquant'anni prima. Percorso che in pianta segue la natura, e in alzato rispetta le forme regolari dello skyline newyorchese.
I colori rivestono un significato particolarmente evocativo: la scelta del giallo zafferano, un tono a metà tra il giallo caldo e l'arancio, per ogni singolo elemento dell'installazione, riflette il desiderio manifestato dall'artista di creare un fiume dorato che risplenda alla luce del giorno, in contrasto con il legno scuro degli alberi spogli. In contrasto anche con il grigio azzurro, colore dominante della città di vetro e acciaio.
Ventisei anni per realizzare un'installazione che dura appena 16 giorni.
L'Effimero.
Per rendere indimenticabile l'opera d'arte, la magia deve essere temporanea. Evento a cui partecipare, motivo per esserci. Arte da toccare, da vivere direttamente, da fotografare nel proprio immaginario.
Bellezza pura, bellezza che non concede al tempo di degradarla.
Arte che esiste solo per la durata dell'esecuzione, opera unica ed irripetibile.
Una volta completato il processo creativo, l'artista è finalmente libero. Libero di godere della sua opera insieme al pubblico, e di passeggiare tra i suoi gates come un newyorchese qualunque.
Camminare piano nel fiume dorato di Central Park.</div>
Davvero suggestivo, Aluccia... fa venir voglia di esser lì.
E se chiudo gli occhi, grazie a te, un po' ci sono.
Allora dobbiamo festeggiare una nuova PW, no?
Evviva Aluccia!
E bel post di esordio. Attendiamo fiduciosi il resto, arte e TV su OCE latitavano un po' (Suiseki che fine ha fatto?).
Suiseki mi ha lasciato un messaggio in chat, è molto indaffarata ultimamente. Aluccia voleva contattarla per farle giudicare il post. Ha detto Suì che vi saluta e vi abbraccia tutti comunque.
No Slow, sto pronto a staccare perchè tra poco arriva l'aguzzino, però se hai qualcosa da dirmi mandami messaggi a gmail.
Benvenuta Aluccia, non avresti potuto cominciare meglio.
Solo uno spunto di riflessione: se un artista, dà respiro alla sua ispirazione pura regalandoci un'opera assolutamente effimera e caduca, ma ciclopica e quindi costosissima e invasiva, finisce per doversi preoccupare soprattutto del contorno, come dimostra il tormentato iter di approvazione di questo progetto. Si deve mettere da parte l'ispirazione, pensando all’autofinanziamento, al riciclaggio materiali, ai volontari, ecc.ecc.
Che è poi quello che accade di regola per le opere d'arte e/o architettoniche che, senza infingimenti, dichiarano di voler coniugare e coniugano effettivamente l'arte con tutte le esigenze terrene, cosa buona e giusta perché l'opera resta per sempre a disposizione di tutti.
Insomma, se arte può e in certo senso deve essere “spreco”, non si potrebbe sprecare a misura d’artista - per tutelare anche la genuinità dell’ispirazione - che so, costruendo soltanto dei modelli di ponti da impacchettare o di portali in legno da installare?
Forse al quel punto, Christo non sarebbe più nessuno. E allora che fa costui, ci ricatta con il gigantismo?
Bene, aluccia. Ce l'hai fatta. Bravissima!!!!!!!!!!!!!
Sone davvero contenta.
Non ho tempo per leggere il post, ma appena posso lo leggo e ti dico.
Intanto brindo con te.
Io ho un altro dubbio, soprattutto perché sono un grezzo materialone attaccato al soldo: l'unica volta che sono stato a NY, nel 1994, ricordo Central Park come un paradiso verde. Di giorno. Dopo le sei era off-limits per noi, ragazzini italiani col naso per aria, e per tutta una serie di altre persone.
Non so com'è diventato adesso, ma mi preoccupa un po' pensare che ogni mattina divenga una cosa diversa, magari un po' meno brillante.
Bravissima Aluccia, un pezzo davvero bello, suggestivo, ma anche informativo ed una password sudata, ma meritatissima, direi!
France', caro, la suggestione di queste opere la si può capire appieno solo se ci si sta di fronte.
Quando Christo e Jeanne-Claude avvolsero il Reichstag di Berlino (prima del restauro e prima che diventasse la sede del Bundestag) in una "stoffa" argentata, il famoso Wrapped Reichstag
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pensammo tutti, più o meno apertamente, che fosse una trovata un po' balzana. Non resistetti ad andarlo a vedere di persona. Ricordo l'emozione nel camminare incontro a quella sagoma luccicante che ad ogni passo si stagliava sempre più netta all'orizzonte, poi, avvicinandomi, la folla che guardava in rispettoso silenzio, la maestosa sobrietà di quest'edificio, a lungo trascurato, inaspettatamente evidenziata dal tessuto argenteo, la struttura esaltata e slanciata dalle pieghe verticali del tessuto. Una nuova dignità per un edificio dal passato così controverso.
E non sarebbe stato lo stesso se avessero avvolto un modellino del Reichstag nell'alluminio, credimi.
Bellissimo il post e bellissima l'immagine.
Però non condivido l'entusiasmo per Christo.
La provocazione quando è ripetuta diventa accademia, specialmente quando è consacrata dall'ufficialità di un sindaco repubblicano che entusiasta concede permessi e consensi. Tanto all'economia di New York 500.000 visitatori in più male non fanno.
Non condivido neanche il concetto sull'effimero dell'arte. Se l'arte fosse effimira oggi non avremmo cultura, perchè la cultura è basata principalmente sull'arte in ogni sua ogni forma, dalla musica alla pittura alla letteratura.
Secondo me la monumentalità del lavoro di Christo costiutuisce parte del suo successo.
E secondo me, dopo tanta provocazione e autoanalisi spietata, non guasterebbero artisti che proponessero qualcosa.
Il tutto con tanti forse, perché di fronte all'arte non c'è nessuna certezza, questo è certo.
Ma questa è una chiave di lettura del tutto personale, Rina.
Io, per esempio, non ci vedo alcuna provocazione, nel lavoro di Christo e Jeanne-Claude. Se arte fosse solo ciò che è tangibile e rimane immutato nel tempo, allora la musica non sarebbe arte, giacchè la musica esiste solo nell'esecuzione e viene innegabilmente ed inesorabilmente reinventata e rielaborata ad ogni nuova interpretazione.
Effimere sono, sì, le installazioni di Christo e Jeanne-Claude, ma non sono effimere le - bellissime - immagini di Wolfgang Volz, che da sempre segue i due e cura la ripresa fotografica di dette installazioni. Ed è comunque innegabile che parte del fascino di queste installazioni sia la scadenza incorporata, la temporaneità, la complicità del fruitore con l'artista nel gustare un'opera che già in partenza si sa durerà per un tempo finito ed anche breve.
Christo e Jeanne-Claude ci fanno vedere strutture, luoghi, edifici noti sotto un'altra luce, con altri occhi, ricoprendoli vanno a scoprirne lati nascosti o ne evidenziano caratteristiche peculiari. Dov'è la provocazione?
La provocazione sta nel ripetere l'ovvio che circola ormai da un secolo, con la presunzione di dire qualcosa di nuovo.
Christo fa vedere qualcosa in una maniera non tanto poi diversa da quella reale. Fa vedere il Central Park un po'addobbato. Allora anche la maratona di New York mostra un'immagine della realtà diversa da quella che gli abitanti della città sono abituati a vedere e, eppure, nessuno considera quella maratona arte.
Anche una domenica senza macchine mostra un aspetto di una città diverso da quello consueto. Non occorrono installazioni monumentali per "far vedere". Quel "far vedere" è un "far vedere" in una maniera ormai assimilata, dopo più di un secolo di sperimentalismi in campo artistico. Se l'unica cosa che un artista ha da dire è che ci sono vari livelli di lettura e di visione di un oggetto, ma poi ripropone sempre lo stessa lettura e la stessa visione, allora è meglio il silenzio, un significativo silenzio, in cui l'artista dica "io non ho più nulla da dire". Certa cosiddetta arte è accettato e consacrata perché fa parte del politicamente corretto dell'arte, dell' Accademia. Nessuno osa essere quel bambino che dice all'imperatore che è nudo. Tutti temono di fare la figura degli ignoranti e dei qualunquisti e allora cedono la parola ai critici ufficiali, che impongono le loro ragioni.
Be', io non ho l'abitudine di giudicare l'impatto che un lavoro artistico ha su di me in virtù del messaggio, bensì delle emozioni che l'opera mi trasmette.
Il Wrapped Reichstag lo vidi nel 95, il ricordo è vivissimo a distanza di dieci anni, l'impressione è rimasta.
Ricordo anche le foto del Pont Noeuf e delle Surrounded Islands... e gli ombrelli in Giappone... impressioni estetiche fortissime, l'uso del colore, l'arrangiamento spaziale... anche Central Park, non mi sembra meramente "addobbato", a me viene voglia di camminarci in questi sentieri di un caldo tono di giallo nel bel mezzo della natura grigia e spoglia di febbraio... come negare un impatto visivo a livello puramente estetico, fortissimo, impellente?
A me l'imperatore sembra più che vestito, ti dirò.
...i cattolici lo adorano, in mezzo a discussione serissima, è una vera perla... me sto a sbellicà...
Magari i cattolici lo adorassero davvero. I democratici cristiani, cominciando da Buttiglione, non farebbero più le guerre e niente più ricchi. Altro che alleanze con Paperone dei Paperoni.
Comunque France', oltre a sbellicà, dammie 'na mano.
Allora, diventiamo seri.
L'effetto emotivo che può produrre qualcosa non è garanzia che questo qualcosa sia un'opera d'arte. Le emozioni possono essere facilmente manipolate. Tutti i regimi totalitari, per esempio, hanno mirato alle emozioni e spesso con il grandioso. Guarda i nazisti, con le grandi parate e le bandiere sventolanti.
Qualunque intervento umano su scala gigantesca incuriosisce. Per questo molti vanno a vedere le dighe, per esempio e giurano di aver visto qualcosa d'esaltante.
Del resto il pubblico è facilmente influenzabile. Se tu racconti a qualcuno che ha a che fare con un'opera d'arte, magari ci crede e s'emoziona.
E non c'è nulla di male. Ognuno può emozionarsi per quello che vuole. Un po' peggio quando qualcuno si emoziona per processi indotti.
Quanto all'imperatore vestito ...infatti. Tutti lo vedono vestito.
Infatti, come dicevi tu stamane, di fronte all'arte non c'è nessuna certezza, questo è certo.
Mi sorprende questo rifiuto categorico, non vedo in Christo e Jeanne-Claude tutta questa ripetitività, nè la mancanza di creatività. O è la dimensione ad infastidirti? Ma è parte del fascino, il poterci entrare in queste installazioni, la magia dell'interazione. E poi l'impatto estetico, l'integrazione visiva col paesaggio, il contrasto cromatico tra l'ambiente circostante e i tessuti sgargianti e talvolta riflettenti utilizzati.
Forse la mia lunghezza d'onda emozionale è così corta che basta poca energia a strapparmi toni altissimi... non so.
Però, una cosa vorrei aggiungere a questo punto: paragonare un'opera d'arte, anche una che non si apprezza, ai delirî scenografici del nazismo mi pare un'argomentazione un tantino tirata per i capelli. Un po' come in quei dibattiti politici nei quali, in mancanza di argomenti tangibili per controbattere, si passa alla denigrazione dell'avversario di turno.
Se poi tiri fuori l'estetica delle dighe, be', guarda, qui magari potrà risponderti meglio aluccia, però perchè questo categorico no?
Dov'è il confine fra arte ed architettura? L'opera d'arte cessa di essere tale in quanto funzionale? Vogliamo dimenticare tutto il lavoro della Bauhaus? Immagino Gropius rivoltarsi nella tomba.
Se è vero che tutto è incerto per quanto riguarda l'arte, ci possono anche essere intuizioni e conoscenze e sesto senso che portano a certe convinzioni.
Detto questo, non esiste nessuna definizione d'arte utile, non ci sono mezzi oggettivi per arrivare a catalogare.. Quindi ognuno pensi quello che vuole. Per i contemporanei è difficile stabilire che cosa sia arte e cosa no. Basti vedere l'esempio di Van Gogh, morto in povertà. Al contrario ci sono stati artisti considerati massimi nella loro epoca, come Bouguereau, poi caduti nel dimenticatoio.
Per l'arte concettuale, come è quella di Christo, ancora più difficile è darne una definizione. Ora è certo che al mercato servano artisti da valutare al massimo. Quindi conviene a tutti dire che Christo è un artista. Conviene al suo intermediario, gallerista o altro, conviene al museo che ha investito nella sua opera, conviene al critico che entra nel gioco e conviene al pubblico che si sente "acculturato". E' lo stesso fenomeno che accade a Maurizio Cattelan, il più pagato italiano per le sue trovate. Una volta che certe opere hanno raggiunto certe quotazioni non conviene a nessuno sgonfiarle. La transavanguardia fu studiata a tavolino da Achille Bonito Oliva, che ne fu, semmai ce ne fu uno, l'unico vero artista, perché riuscì a far diventare arte qualcosa di molto dubbio.
Ma non bisogna dimenticare che ci sono state epoche che non hanno prodotto opere artistiche valide. Non c'è obbligo giuridico a farlo. Però questa nostra epoca ha perso l'umiltà del dubbio. A ogni costo vuole trovare artisti anche dove non ce ne sono. Forse perché l'uomo non può fare a meno dell'arte.
Quindi ognuno creda come preferisce. Se a me piace la cioccolata non posso mica farla piacere a tutti. E viceversa. A me Christo non piace. Libero tutto il mondo di pensare il contrario.
L'articolo è bello, faccio i miei complimenti ad aluccia.
Quanto all' "arte", come ogni volta che si parli di questa cosa misteriosa che è l'arte moderna, sono sempre scettico.
Nessuno di noi, nessun critico, nessun fruitore, può oggettivamente chiamare arte qualcosa che venga prodotto nei nostri giorni, né tantomeno chiamare "artista" l'ideatore di una certa opera.
Perché è oggettivamente impossibile avere la visibilità necessaria, l'ampiezza di sguardo che solo il tempo può dare. In sintesi: se sia arte ORA, lo diranno i nostri discendenti tra 100 anni. Se ancora si parlerà di una qualche opera moderna nei tempi futuri, allora ci sono buone probabilità che sia arte (o una bufala molto resistente al tempo, d'altra parte).
Quindi non credo di potermi esprimere sul valore artistico di tale monolitica opera di Christo: può essere la cosa più bella del mondo, ma tecnicamente può valere come i mutandoni di mia nonna stesi al vento, chi lo sa. (:
In generale sono allergico agli "artisti" moderni. Cercano la provocazione a tutti i costi, o la mastodonticità, come dice Rina. La maggior parte li vedo come "artigiani". Fanno cose, punto. Come a una fiera di paese ci sono tavolini di legno che mi piacciono e altri che no. (;
L'articolo di aluccia è ben strutturato, è un articolo informativo con tutti i crismi, che esprime anche il grande amore per la materia. Sicuramente se devo scegliere tra l'opera di Christo e l'articolo, scelgo il secondo.
Ciao a tutti (;
Francesco.
Rina io voglio bene all'umanità e per questo non mi piace indagare sul grado di influenzabilità delle masse da parte dei critici d'arte.
Che ciascuno tragga le sue emozioni, sono ammesse pure quelle indotte (anche perchè tutte le emozioni promanano dal contesto in cui viviamo e sono, in certa misura, indotte).
So per esperienza personale che un'emozione fortemente indotta può stimolarti a conoscere e quindi, in fondo, valere quanto quella "personale" (ammesso che esista) o comunque fungere da base per acquisire un patrimonio di conoscenze personalissimo.
Ciò che magari ti consente, dopo un po', di tornare sull'emozione indotta con occhi completamente diversi e di mutare radicalmente il tuo giudizio.
Di Christo ho detto come la penso, forse ci ricatta col gigantismo, come Catelan con l'orrore, difficile non parlarne, ma ben liberi di non amarli.
Carissimi ociani, sono davvero molto contenta che il mio primo post vi sia piaciuto.
E sono altrettanto soddisfatta del dibattito che si è sviluppato attorno alla figura dell'artista.
Vorrei dire la mia, ma mi riservo di meditare ancora un pò sui vostri commenti, e di rispondere domani, quando non sarò stanca come sono adesso, dopo una giornata intensissima.
E adesso torno a fare il trenino per festeggiare la password. cin cin!
Sono perfettamente d'accordo con tutto ciò che scrivi, credimi. E lungi da me il desiderio di far piacere ad altri quello che piace a me. Anzi. La percezione dell'arte ed il senso estetico sono concetti estremamente individuali ed è un bene che sia così, altrimenti sai che noia.
Proprio per questo trovo questa discussione tirata per i capelli. È come se ti sforzassi di avere un'opinione diversa dalla mia. E nel dimenarti tiri fuori argomenti strani... per esempio nel caso di Christo e Jeanne-Claude non ci sono opere da comprare, non ci sono galleristi, non c'è un biglietto d'ingresso da pagare. Al massimo ci sono le foto che, se autografate, arrivano a quotazioni a cinque zeri, ma senz'autografo costano un paio di eurini. Una bella arte democratica, accessibile a tutti.
A me questi due squinternati con i loro colori e le loro idee fuori dal comune piacciono, mi piace la tenacia con cui perseguono i loro obiettivi (anche la storia del Reichstag è durata ventiquattr'anni) e mi piacciono le sensazioni puramente estetiche che traggo dalle loro installazioni. È arte? Non lo so. È importante saperlo? Per me no.
E' importante sapere la funzione di ogni cosa. Se io penso che la mela sia un abito, non riuscirò mai a indossarla e potrei esserne delusa. Così se io vedo un oggetto, è importante stabilire se quell'oggetto è arte o mercato o inganno.
I due "squinternati" sono due milionari che vivono in un loft a Soho, uno dei posti più costosi del mondo. Quando nel 2001 c'è stata una loro personale a Brescia, i lavori sono stati assicurati per 40 miliardi di lire. Quindi un valore di mercato lo hanno, altrimenti inutile assicurare. Lui ha preso la cittadinanza americana. Hanno un fotografo ufficiale, il che significa che ogni foto scattata dei loro lavori ha un costo. Le loro opere si trovano in centinaia di musei e non credo che siano solo donazioni. Intorno a loro girano centinaia di milioni. Tanto che lui dichiara che il commercialista lo lascia tutto a lei. Ciò detto, nulla di male. Ognuno ha un suo prezzo. Nessun moralismo. Ma non vengano però a fare la parte degli artisti superiori a ogni materialità del quotidiano.
Quegli artisti ci sono stati, ma spesso sono morti ignorarti, come Sandro Penna poeta, per esempio, che certo non andava in giro a decantare la sua artisticità.
E lui sì, lui tocca in qualche modo l'anima di un altro e muove emozioni. Quando l'emozioni le muove un mercato dell'arte o una politica dell'arte, si parte già da un inganno.
E' facile al mercato e alla politica imporre un artista, se serve. In Italia per esempio il partito comunista impose Guttuso come pittore sommo. Solo alla sua morte quasi tutti i critici hanno riconosciuto la modestia e la pochezza del suo lavoro. Infatti, fuori dall'Italia Guttuso è nessuno, mentre Morandi invece è conosciuto dovunque.
Già è difficile per l'uomo moderno, sempre più lontano dalla propria parte istintuale, ritrovare in se stesso emozioni, ma l'emozione indotta allontana ancora più dalle vere emozioni e quindi confonde.
A me pare che qui dall'oggetto di discussione iniziale si sia passati a fare di questo post un palcoscenico per la nostra abilità dialettica e questa cosa non mi piace. Rispondo a questa (la tentazione è come una rossa ciliegia, non resisto) e poi chiudo.
A me la definizione, il nome, l'etichetta di un oggetto, di un concetto, di un interlocutore, non interessano. M'interessa l'oggetto, il concetto, l'interlocutore in sè e quello che ci posso fare. Alla delusione di non poter indossare una mela sopravviverei, ma questa frase mi ha fatto venire in mente una vecchissima pubblicità di jeans (erano i lontani anni settanta), nella quale la modella di turno era rivestita dalla buccia di una pera... potenza delle sinapsi... insomma, forse potrei trovare anche il modo d'indossare la mela e sarei soddisfatta. É importante? No, appunto.
Squinternati ricchi. Non vedo l'antitesi. Poi, chissenefrega. Se l'artista è ricco la sua arte è meno artistica? O lui è meno squinternato? Beato lui che è ricco, dico io. Vi segnalo un link interessante.
Carino questo concetto dell'emozione indotta. Da contrapporre all'emozione autogena? E perchè un'emozione sarebbe migliore di un'altra in virtù dell'origine? Esistono davvero distinzioni fra le diverse emozioni? Un'emozione non *è* in quanto tale? Cosa porta un'emozione ad essere più o meno vera? Che cos'è un'emozione vera? Esiste anche l'emozione falsa?
Anche secondo me Christo gioca col gigantismo e con la spettacolarizzazione; le sue opere sono ben visibili a tutti, mass media compresi. E questo giova al suo conto in banca, ma questa è un'altra storia.
Christo da un lato, come altri artisti del genere, "sottrae" l'opera dal circuito dei collezionisti e dei musei, in polemica con essi, ma la riporta comunque in un circuito ancora più grande.
Ma quella di Christo è arte. E' concetto e segno nel territorio. Nasconde per rivelare. Ed è il più effimero, se non aspetta che sia la natura a distruggere l'installazione, ma vi provvede lui stesso.
Non "ferisce" il territorio come Heizer, non vi appone i "tatuaggi" a spirale di Smithson, non trasforma il deserto con un'installazione permanente di 400 pali d'acciaio che catturano e riflettono la luce del sole, della luna e dei fulmini come de Maria.
E comunque il gigantismo è un tratto comune, necessario agli artisti del genere (Ma Christo è un Landartista?): l'opera è in scala col territorio, la natura è la "tela" sulla quale lasciare i segni.
In certi casi il gigantismo (unita all'inaccessibilità) è talmente spinto che l'opera non è più visibile nemmeno dall'alto: diventa altro, diventa mappa, si smaterializza, può solo essere idealizzata dall'osservatore e diventa concetto puro. Arte concettuale, appunto.
The wall, grazie di averci riportati alla tematica originaria.
Però vorrei fare un piccolo appunto: proprio Christo e Jeanne-Claude, nella pagina di cui vi ho fornito il link, sottolineano tra le altre cose che le loro opere sono concepite per essere godute da persone e non da uccelli e che non vogliono essere definiti artisti concettuali, perchè il loro scopo è realizzare i propri progetti.
aluccia, ho letto e mi è piaciuto, i miei complimenti
isadora, sottoscrivo in toto le tue righe sulle emozioni.
La definizione, il nome, l'etichetta di un oggetto, di un concetto, di un interlocutore servono a comunicare. Senza definizioni non c'è comunicazione. Noi stiamo parlando di Christo in quanto definito "artista" dalla ufficialità e dal politicamente corretto. Non stiamo parlando di lui come calciatore o come cantante. E artista per me non lo è e la sua non è arte. La sua è una trovata, neppure sua, ma di Man Ray che lui ha sviluppato su grande scala. Quindi io non considero il suo lavoro come arte, ma ne considero il fenomeno sociale indotto, possibile in una società dove fruitore dell'arte non è più solo il mecenate o la Chiesa o il nobile, ma il borghese, che non possedendo per la maggior parte dei casi cultura specifica in fatto di tecnica e storia dell'arte si affida al giudizio di critici spesso in malafede. Se Tizio attacca su tutte le facciate di via Del Corso a Roma fiori freschi tanto non lasciare neppure un centimetro quadro scoperto chi stabilisce se si tratti d' arte? Ma se Tizio poi trova un critico che gliela fa passare per arte, molti abboccano, specialmente se il critico è autorevole. Quindi tutti i giochi di belle parole che possono essere usati per trasformare in arte trovate neppure troppo originali e ormai vecchie possono servire a creare mercati e più mercati esistono, più l'economia ci guadagna, più borghesi abboccano, più la cosa funziona, ma non servono a creare artisti. L'emozione che procurano questi artisti non esisterebbe se non ci fossero critici che li sponsorizzano. Quindi è un'emozione condizionata dalla critica. Invece l'emozione vera è un fatto che nasce spontaneamente dall'anima e non dalla logica. Se io mi emoziono perché qualcuno mi dice che sto davanti a un fenomeno per cui devo emozionarmi, non si tratta più d'emozione, ma di qualcosa in cui interviene la ragione.
Ho già detto che non faccio moralismi sulla ricchezza di certi cosiddetti artisti. Picasso era ricco sfondato eppure è stato il più grande artista del secolo scorso, senza ombra di dubbio. Nessuno al mondo nel secolo scorso avrebbe potuto fare quello che ha fatto Picasso. Anche De Chirico alla fine era ricchissimo e grande. Ma erano due che hanno sempre sottolineato l'importanza che davano al denaro. Non è certo il denaro che si guadagna che stabilisce la grandezza o la piccolezza di un artista. Mica stiamo parlando d'imprenditori. Del resto anche nel Rinascimento l'artista operava su commissione e importante era la ricopensa. Però non mi sembra coerente costruirsi la leggenda da "squinternato" (pur essendo ricchissimo, inserito, "accademico", borghese, "riconosciuto", appaudito, statunitense, senza rischi, ripetitivo) e poi manovrare masse di denaro imponenti. Anche il "personaggio" oltre all'artista barcolla.
E a questo punto direi che non è neanche tanto importante stabilire se si tratti di concettuale o no, tanto è comunque un niente.
Il tutto, secondo me.
[va be' va be', prendo un'altra ciliegia, l'ultima, eh? che poi mi viene la logorrea...]
Esatto. I nomi sono una convenzione che utilizziamo per comunicare. L'essenza della mela non cambia variando il nome. Lei é una mela. Anche se le mele non dovessero piacermi, loro sarebbero comunque mele. Accettando questo dato di fatto, l'adulto fa uso della propria capacità di astrazione e va oltre la fase ontologica che contraddistingue l'infanzia. La parola non è la cosa. Ed in qualità di mero elemento connotativo è intercambiabile.
Christo e Jeanne-Claude sono artisti. Oppure no. A chi importa? A te no, perchè comunque non ti "piacciono", a me no, perchè i loro lavori mi comunicano comunque sensazioni ottiche piacevoli. Al di là della cultura specifica in fatto di tecnica e storia dell'arte e al di là dei commenti di qualche critico d'arte più o meno qualificato e/o in buona fede. Tu sei davvero capace di provare emozioni a comando basandoti sul parere di terzi? Io in questo mi vedo piuttosto frigida.
Sul legame con Man Ray, lascio a lui la parola:"Christo is transparent, I am not, I am mysterious." By calling Christo "transparent", the artist did not intend to criticize, he was simply pointing out that the viewer could always identify the items Christo chose to wrap. (cfr. artfact.com).
Come dicevo molti commenti addietro: evidenziare ricoprendo, mentre Man Ray vuole deliberatamente creare mistero.
Fu però Man Ray il primo a incartare, per la precisione una macchina da cucire. E da questo prese spunto Christo.
Se qualcuno resiste all'emozione a comado, molti invece riescono a emozionarsi perché qualcun altro gli spiega che c'è da emozionarsi e a creare emozioni. Cosa fa per esempio un dittatore se non coinvolgere emotivamente il popolo nella sua megalomania?
Le parole non sono le cose, ma servono a comunicare concetti.
E' importante stabilire il valore di qualsiasi cosa. Non vorrei pagare per un chilo di patate 1.000 euro. Vorrei sapere davvero quanto valgono. Del resto altrimenti a cosa serve la capacità di giudizio? Quindi stabilire che Christo non è un artista mi serve a dirlo a tutti quelli che si fidano di me, mi serve a imparare a non essere ingannata, mi serve a ragionare con la mia testa e non con quella della stragrande maggioranza, mi serve a combattere battaglie in cui credo qui e altrove, mi serve a credere in alcuni valori che nessuno mai potrà toccarmi.
Se io so e sento che Christo non è un artista, ma è un mercato, saperlo mi aiuta a apprezzare chi ha fatto e fa vera arte e sacrifica una vita e tutto in nome di questa.
Standing ovation, per tutto quello che è stato detto.
Volevo provocare, ci sono riuscita.
Ho scelto The Gates perchè ne avevo sentito parlare, e volevo documentarmi. in realtà la password di oce è stata un'opportunità di condividere con voi la mia curiosità di fronte ad un artista che conoscevo appena, e di un'opera che in qualche modo, sentendone parlare, vedendola in tv, mi ha emozionato. Sono particolarmente sensibile, per via della mia professione, alle cose scenografiche, agli interventi sulla città e sul territorio, alla linea di confine tra l'arte e l'architettura. In Gates ho scorto tutta una serie di elementi che mi hanno folgorato. Poco mi è interessato in realtà chi fosse l'artista. Avrebbe potuto essere chiunque, tutto sommato. E' l'opera singola, l'intervento, l'ostinazione, che mi hanno davvero spinta a parlarvene.
Per quanto riguarda il concetto di effimero nell'arte, non mi sento in grado di parlarne. Quello che mi sento di dire è che la scelta dell'installazione temporanea è un pò segno dei nostri tempi. all'università ci insegnano a considerare la vita dei nostri edifici come un lasso di tempo brevissimo. La città del futuro cambia destinazione d'uso, si smonta, si demolisce e si riedifica. L'arte allo stesso modo dura poco per restare nella memoria. Dura poco per non essere devastata dal tempo. L'arte di marmo di Michelangelo non esiste più, esiste invece l'arte di vinile e stracci di Alberto Burri, i tagli puri di Lucio Fontana, e perchè no, gli impacchettamenti a tempo limitato di Christo. Ma attenzione, questo non è un impacchettamento. è un percorso, un segno nel territorio, una sorta di servizio emozionale dedicato ai fortunati che potranno viverlo.
Chiedo scusa se ho fatto paragoni poco adatti, in fondo non sono un critico, ma cerco di vedere le cose con i miei occhi, tenendomi ben libera dalle influenze. L'arte ci concede anche questo.
aluccia, su molto di quanto hai scritto sono d'accordo, ma non sul fatto che l'arte di marmo di Michelangelo non esiste più.
L'arte vera è l'unica che esiste sempre. Il resto è costume, moda, mercato, tendenza.
Sarebbe bello poterci confrontare proprio sul concetto di "arte": cosa è, a cosa serve, ecc. ecc. ...
Ecco, io non sono in grado (cioè, delle idee le ho, però non è un'elaborazione compiuta). Non potrebbe qualcuno di voi che è in grado di farlo (Rina, Aluccia, Mirta, Suiseki, e chiedo scusa se dimentico qualcuno), fare un apposito post?
Credo sia un'opinione anche questa. Per quanto riguarda la scultura, Giacometti, Henry Moore, forse in minima parte Manzù, sono stati gli ultimi. seguo distrattamente i nuovi artisti, ripeto, non sono un critico e parlo con cognizione decisamente parziale. Secondo me l'arte cambia con i tempi, e i nostri tempi non sono adatti a Michelangelo.
Slow, io non sono assolutamente in grado. anche se in teoria sarei ailitata ad insegnare storia dell'arte anche domani, se volessi.
Aluccia, questa non è un'opinione è un fatto.
Michelangelo è un genio e la storia lo ha confermato. Non so cosa sarà di Burri o Fontana o Christo tra un secolo. Tutto potrebbe essere. Ma di sicuro Michelangelo "è" ancora.
Questo è un bell'argomento, Rina. Perché - se ci sono - quali sono i mezzi per definire l'arte adesso?
La semplice innovazione, il dire qualcosa di nuovo? Non credo, ma potrebbe essere. Altrimenti? Bisogna aspettare la prova dei trent'anni, come dice una persona che conosco (che legge solo autori morti da almeno un trentennio, per essere sicura)? Potrebbe: spesso la critica ha preso cantonate clamorose, e non è neanche storia solo di oggi, come testimonia il Salon des Refuses del 1867. Allora? Sospendere il giudizio fino a che non lo dia il tempo? Basarsi sull'emozione suscitata? (ma in questo caso, quale emozione? La ripulsa o la provocazione possono bastare?)
beh anch'io vorrei dire la mia
l'arte, tutta l'arte, e' semplicemente l'espressione di qualcosa, ma naturalmente tutta la letteratura non e' che una nota a pie' pagina del Faust
uh, scusate, c'e' Edna sui pattini a rotelle con un sassofono, vado
Crash! la mia ragazza di allora uscì dopo il primo tempo, stava per vomitare. Non mi ha parlato per una settimana!