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"Ma per giusta ragion di libertà"

By Slowhand
Creato 2007-02-05 12:14

Una delle più manifeste ipocrisie di questo rumoroso brainwashing pro-PACS sta nello straparlare dei “diritti di tutti”, quando è invece palese ed evidente, a ogni intelletto pronto e onesto, che i soli interessati alla “regolazione delle convivenze” sono i gay. Posto infatti che per accedere ai PACS sia necessario lo “stato libero” degli interessati, dato evidente, reale e inconfutabile è che tutti coloro che potrebbero accedere ai PACS hanno già la possibilità di accedere al matrimonio (NdA: sia ben chiaro che qui come in seguito, quando si parlerà di “matrimonio” e di “sposi” o “coniugi” non ci sarà alcun riferimento ad alcun vincolo di tipo religioso, intendendosi con questo termine SOLO ED ESCLUSIVAMENTE il legame CIVILE); tutti, appunto, tranne le coppie gay. Ora, a me pare abbastanza consequenziale sostenere che se, a fronte di certi diritti, uno non è intenzionato a contrarre matrimonio, non contrarrà neanche un PACS che potrebbe fornirgli quegli stessi diritti (posto, anche qui, come preliminare il principio che a ogni diritto civile corrispondono pari oneri e doveri). Insomma, non si capisce perché uno che può sposarsi –e ha già liberamente scelto di non farlo- dovrebbe desiderare di sottoscrivere un PACS. Cosa è, nominalismo sociale? Se si chiama “matrimonio” no, se si chiama “PACS” si? E tanto meno si capisce il motivo per cui all’accesso agli stessi diritti non dovrebbe corrispondere una corrispondente assunzione dei medesimi doveri: procedura antidemocratica e discriminatoria per eccellenza.

Quindi sgombriamo il campo dalle fumisterie: a godere dei (presunti) benefici dei PACS sarebbero solo le coppie gay, ed è nel loro esclusivo interesse che è stato armato e viene portato avanti –con grandi clamori e altrettanto grandi ipocrisie- questo battage incessante.

Niente di male, per carità, i “diritti”, quando esistono e sono fruibili, sono di tutti. Ma il voluto deficit di chiarezza e l’intenzionale cortina fumogena dei “diritti di tutti” non depongono a favore di chi li adopera, evidentemente, come grimaldello; così che diventa legittimo il sospetto che dietro la questione dei “diritti ai gay” (in fondo semplicissima da risolvere, se la volontà fosse DAVVERO questa) si nascondano altri fini meno nobili e dichiarabili. Ma non scadiamo nel complottismo, e limitiamoci ai fatti: esistono davvero, i “diritti dei gay”, di cui si reclama il rispetto e il riconoscimento?


L’assunto di base è che una convivenza sia socialmente uguale a un matrimonio, e una convivenza gay sia uguale a una convivenza eterosessuale; queste due “equivalenze” sono il fondamento della richiesta dei PACS.

Il problema è che in uno stato civile e democratico queste due equivalenze non solo non esistono, ma non possono neanche essere concepite come tali Pertanto, non solo non esistono “diritti negati” e tanto meno esistono “diritti dei gay”, ma, a ben vedere, l’istituzione dei PACS è un tentativo di eversione antidemocratico e, più profondamente, incivile e antisociale.


Entrambe le presunte equivalenze si fondano sull’assunto che lo Stato debba riconoscere l’evoluzione sociale avvenuta negli ultimi anni, prendere atto che esistono “nuclei di convivenza” diversi dal matrimonio monogamico eterosessuale, e provvedere quindi alla loro regolamentazione e all’estensione dei diritti dei “coniugi” così come finora intesi a questi nuovi “partners” di forme diverse.

Ma una giustificazione del genere non è, di per sé, accettabile. Un primo motivo è che non tutte le manifestazioni di volontà generano dei “diritti”; anzi, in ambito pubblico, sono rarissime le occasioni in cui questo accade. C’è un sacco di gente che si crede Napoleone, o che vorrebbe essere trattata come un parlamentare, e manifesta la propria volontà in tal senso; ma non per questo lo Stato ne riconosce il “diritto” a essere considerata come Napoleone, o a essere trattata come parlamentari. Che sono discriminati anche loro?

Un secondo motivo è da individuarsi nel fatto che non sussiste il requisito fondamentale del “vantaggio” che la società trarrebbe da questa innovazione. Il vantaggio sarebbe, semmai, per i singoli che ne fanno parte, ma non si capisce perché la comunità dovrebbe elargirlo. Esistono, infatti, numerosi fenomeni sociali nuovi e diffusi, che lo Stato considera dannosi, e davanti ai quali reagisce con il rifiuto: si prendano, ad esempio, il furto, o –caso recente- la violenza negli stadi. Ne esistono poi altri davanti ai quali lo Stato è indifferente: tutti quanti –più o meno- festeggiamo il nostro compleanno, o regaliamo oggetti, o baciamo amici/amiche quando ci incontriamo: fenomeni diffusissimi, ma che agli occhi dello Stato non rivestono alcuna rilevanza, perché non hanno alcuna influenza nello sviluppo della comunità.

Lo Stato si occupa quindi di regolare fenomeni sociali non in quanto semplicemente esistenti, ma in quanto possono influire sulla vita dei membri della comunità; e quando questo accade, perché la normativa li recepisca favorevolmente è necessario che questi “fenomeni” possano apportare alla comunità stessa un “quid pluris” che, altrimenti, mancherebbe. Ora, con tutta la più buona volontà, non sembra che lo Stato possa guadagnare alcunché da un riconoscimento delle unioni di fatto; e i diritti individuali dei soggetti coinvolti sono, più o meno tutti, garantiti dalla legislazione esistente; e quelli (l’assistenza sanitaria e carceraria, il subentro nelle locazioni) per i quali l’attuale legislazione non è sufficiente non sembrano davvero poter giustificare la creazione di un istituto autonomo. Ed è sempre il caso di ricordare- coloro che non accedono a questi “diritti”, allo stato attuale delle cose, lo fanno per loro LIBERA SCELTA.

Si dirà: i gay, no. Non lo fanno per loro libera scelta, ma perché è loro impedito l’accesso all’istituto matrimoniale; e, poiché siamo tutti uguali davanti allo Stato, questa limitazione è persecutoria e discriminante.

Ma lo è davvero?


Sono molti i discorsi e le opinioni intorno alla natura dell’omosessualità; terreno minato, in cui eviterò di addentrarmi per la assoluta vacuità di ogni discussione in merito. A noi basta sapere che, come ci ripetono in continuazione i pacsisti, ci sono “due persone che si amano”, e che a loro devono essere riconosciuti gli stessi diritti “degli altri”.

La domanda è: scusate, ma quali sono i diritti che lo Stato riconosce alle “persone che si amano”? Nella Costituzione, nei Codici, nei regolamenti, insomma: da nessuna parte “l’amore” di due o più soggetti è riconosciuto o neanche semplicemente menzionato quale fonte di particolari diritti o doveri. Siamo davanti a uno di quei fenomeni davanti ai quali lo Stato resta indifferente. Non sono i gay a essere “discriminati”, siamo tutti uguali: lo Stato, dei nostri amori, se ne frega.

Dice: ma allora, il matrimonio? Oh, bella, il matrimonio mica è regolato perché “gli sposi si vogliono bene”: il matrimonio è regolato SOLO E SOLTANTO perché è LA SOLA UNIONE STABILE che permette alla comunità di espandersi e riprodursi, e che SI IMPEGNA NEI CONFRONTI DELLA COMUNITA’ STESSA ad assumersi gli oneri dell’assistenza reciproca e nei confronti dei “nuovi cittadini”; e, nei confronti di questi ultimi, a provvedere ai loro bisogni, alla loro salute, alla crescita e all’educazione. Da tale impegno lo Stato ricava un garanzia di continuità e un risparmio di energie pubbliche; ed è per questo, e solo per questo, che il matrimonio (tra l’altro pre-esistente allo Stato, come istituzione) viene regolamentato nelle fasi (e, si badi bene, solo in quelle di interesse pubblico) della sua costituzione, del suo svolgimento, della sua crisi.

Ma è del tutto evidente che nessuna unione gay potrà mai produrre alcun “nuovo membro” della comunità. Una unione gay è una condivisione tra due persone che ad esse resta destinata, le cui potenzialità di azione economica e sociale sono già in tutto e per tutto (salvo quelle lacune cui si faceva riferimento in precedenza) garantite dalla legislazione esistente.

C’è di più. La sola cosa che dovrebbe stare lì a testimoniare una unione gay è la dichiarazione di volontà delle parti: in questo, né più né meno come nel matrimonio. Ma abbiamo già visto che, nei confronti del matrimonio, lo Stato si assume l’onere di riconoscere e dare rilievo a questa volontà non per venire incontro ai desideri delle parti coinvolte, ma per regolare fenomeni di tipo diverso,legati alla generazione.

Se così non fosse, perché la dichiarazione di volontà delle parti non potrebbe essere effettuata da chiunque? Da due fratelli, da un padre e da un figlio, da sei cugini? Si vogliono bene, vogliono assistersi, vogliono aiutarsi reciprocamente: che differenza ci sarebbe, con una unione gay?

Non fate quei sorrisini maliziosi; a parte il fatto che sarebbe tutto da vedere, resta l’interrogativo fondamentale: da quando allo Stato interessa ciò che io faccio in camera da letto? Da quando la mia attività sessuale (“sessuale”, non “riproduttiva”…) è fondamento di un diverso trattamento legislativo? Saremmo, paradossalmente e platealmente, in presenza di una discriminazione al contrario: io compio atti sessuali con Tizio e per questo mi arrogo dei diritti di cui invece tu e tuo fratello, che questi atti non li volete o li potete fare, non potete godere. Ora, davanti a gente che sostenesse questo, la sola risposta possibile sarebbe una grassa risata; ma poiché, purtroppo, non solo questa gente evidentemente esiste davvero, ma purtroppo non capisce neanche la risata e insiste a essere presa sul serio, la sola maniera civile di rispondere è buttare certe pretese nel cestino degli orrori.

Il motivo per cui uno stato civile non può riconoscere le unioni gay è che queste unioni non hanno né possono avere, agli occhi dello Stato, NULLA DI DIVERSO da un qualsiasi legame amicale. Qualsiasi tentativo di riconoscere alle unioni gay un “quid pluris” che giustificherebbe una diversità di trattamento si scontra con la realtà oggettiva e con la civiltà giuridica: non è possibile rintracciare una sola differenza la cui valorizzazione non sia antidemocratica e illegale. Detto in termini crudi, coloro che si lamentano di essere “discriminati” in realtà si stanno lamentando perché non possono essere loro a discriminare gli altri. Superfluo commentare.


A mero titolo di completezza, c’è di più. Oltre l’obiezione sul “sesso di Stato”, se passasse il principio che ciò che conta è la mera manifestazione di volontà degli interessati, cosa o chi potrebbe impedire che, invece di due, ci si pacsasse in tre, o cinque? Posto che la “libera volontà” dei soggetti fosse conforme, una volta ammesso il principio che lo Stato deve solo “riconoscere”, e “garantire” i “diritti” che derivano –non si capisce in base di quale alchimia- da questa volontà, quale principio potrebbe essere usato per dire “No”? Ma come sarebbe conciliabile, la poligamia, con la nostra civiltà?

Su “L’Espresso” di questa settimana, in un fondopagina quasi nascosto Gianni Vattimo (!!!) ha il merito di porre lucidamente la questione: non c’entrano i diritti “negati”, che non esistono. E’ in atto un’operazione volta a cambiare dalle fondamenta il nostro concetto di società e di civiltà; tentativo messo in atto in maniera subdola, e per gli interessi di chi trarrebbe vantaggio da un progressivo isolamento dell’individuo, che porterebbe al suo asservimento. Due personaggi come Pio IX e Bertrand Russell, entrambi insospettabili di connivenze o reciproche simpatie, avevano già lucidamente individuato nel matrimonio monogamico eterosessuale la sola, fondamentale cellula sociale che ha permesso (assieme all’istituzione della proprietà privata, cui è strettamente legato) alla civiltà occidentale di raggiungere i suoi, innegabili, risultati; ed entrambi avevano messo in guardia contro la sua dissoluzione, teorizzata –allora- da neo-positivisti, liberal-massoni e marxisti: i figli degeneri dell’Illuminismo, le malate propaggini dello stato etico hegeliano. L’incubo del “mondo nuovo”, in cui una ristretta oligarchia di “illuminati” decide e governa per tutti gli altri, resi schiavi.

Dati gli interessi in gioco, non stupisce che certi nostalgici di nefaste ideologie siano, tuttora, all’opera per realizzare i loro sogni di folli. Ma le loro parole senza significato, i loro fumosi argomenti illogici e infondati, non ci ingannano: chi sostiene i PACS è un eversore, antidemocratico e antisociale, fautore di un cripto-stalinismo che vuole lo Stato padrone di cittadini soli e inermi: All’armi, siam pacsisti!

 

POST KILOMBATO 


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