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Inserito da Slowhand il Ven, 2007-03-09 11:54 | | | | | |
Non ha avuto neanche un nome convenzionale, di quelli che i giornali danno, che so, alle vittime di una violenza sessuale “questa è la storia di Pierguidobaldo –il nome è di fantasia- che a 10 anni è stato violentato dal patrigno…”.
E’ stato l’ultimo insulto, l’estrema, definitiva, negazione della sua esistenza, del suo essere “qualcuno” di per sé. I deportati dei lager perdevano il nome, ma avevano almeno un numero: non erano più “qualcuno”, venivano degradati a “qualcosa”: ma si prendeva comunque atto della loro esistenza. Lui, neanche quello.
Il riconoscimento dell’altro non è una scelta, una possibilità da lasciarsi al giudizio di chi dovrebbe metterlo in atto; e sono paradossali –come in questo caso- le conseguenze cui si arriva quando si vorrebbe sottoporlo a condizione, per quanto razionale e giustificata questa condizione possa, all’apparenza, sembrare. Il riconoscimento è un obbligo, è la irrinunciabile pietra angolare di ogni relazionalità. “Tu” esisti, “Tu” ci sei, indipendentemente da me; esisteresti anche se io non fossi qui a guardarti, ad ascoltarti, a odorarti, a percepirti in qualche modo. “Tu” esisti, e questa stessa esistenza singolare e individuale è autofondante, autoesplicativa, autogiustificante. Non ha bisogno, non deve avere bisogno che “io” la accetti, e la ritenga degna di riconoscimento. Questa è l’uguaglianza ontologica, base dell’uguaglianza giuridica, fondamento non negoziabile della civiltà.
Lui voleva vivere, e ha lottato con tutte le sue forze contro ogni intervento volto a negargli questo diritto primario e intangibile. Lui è morto, ucciso, assassinato: ma tutto si è svolto secondo le “regole stabilite”, quindi tutto è andato bene, e nessuno ne risponderà mai, davanti a un giudice. E poi Lui, in fondo, non era niente, non era voluto da nessuno, non era amato da nessuno; era solo, per usare una definizione alla moda, un grumo di cellule, magari un po’ più grande.
Che però ha avuto la inaudita sfrontatezza di voler restare vivo, di finire sui giornali, di volerci sbattere in faccia la sua diversità rifiutata per chiederci che cosa avesse di diverso Lui da me, da te, da tutti, perché Lui fosse condannato a morte, e noi no. Come noi potessimo giudicare la sua esistenza senza mettere sotto giudizio la nostra, come potessimo arrogarci il diritto a decidere della sua vita -che Lui ha difeso fino all’ultimo- senza la consapevolezza che allora anche della nostra si può decidere, se si ha la forza bruta per farlo.
Lui è un martire, nel senso proprio della parola: un testimone, che paga con la vita l’affermazione della verità, in questo caso la oggettiva, scientificamente dimostrabile, verità della sua esistenza. Quel corpicino di venti centimetri è una accusa tangibile, innegabile, implacabile e indistruttibile contro la stupidità ipocrita di chi, in nome del soddisfacimento di un mutevole e temporaneo desiderio egoista, giustifica il delirio di onnipotenza che ci vorrebbe adeguati a decidere della vita altrui; senza rendersi conto che ammettere un tale orrore significa scavarsi la fossa da soli, forgiare gli anelli cui saremo incatenati.
Domani, dopodomani, prima o poi si faranno grandi manifestazioni di piazza, contro le guerre imperialiste e quelle popolari, contro quelle preventive e quelle tardive. Si faranno altri raduni, sit-in, scioperi della fame per chiedere l’abolizione della pena di morte, la solidarietà con i poveri, la cancellazione del debito, e tante altre belle cose.
Giusto, giustissimo, anzi, doveroso. Ma chi lo farà senza chiedersi perché “Lui” è morto, chi lo farà senza capire che il primo dovere umano, morale e civile per chi vuole Pace, Giustizia e Libertà è difendere il diritto alla vita di tutti gli altri “Lui” senza nome, è solo un povero zombi, un morto che cammina, uno schiavo senza cervello né anima.
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Ma di chi parli, del bimbo

Ma di chi parli, del bimbo abortito per sbaglio? Se sì com'è sto fatto della violenza a 10 anni da parte del patrigno?

Inoltre, se sì, non ti pare un po' pesante strumentalizzare un errore medico per affermare la negazione dell'aborto? Voglio dire (sempre se sì) mi pare che i medici fossero convinti che a sto feto mancasse un organo vitale, nO? Dunque la decisione dell'aborto era l'unica per evitare future ed ancor più gravi sofferenze al nascituro, no? Poi che sia venuto fuori che sto organo c'era e che si trattava di un errore dei medici, non è che ciò sposti più di tanto la questione, no? L'aborto è legge a prescindere.

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...non sapevo che fosse il lupo cattivo e che mangiasse cappuccettirossi in numero elevato, poi l'ho capito e mi sono salvato... scribbio...

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