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Inserito da Slowhand il Mer, 2007-04-11 09:07 | | | | | |

"Non possiamo capirlo; ma possiamo e dobbiamo capire di dove nasce e stare in guardia. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario."

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Sono passati vent’anni da quando Primo Levi ha lasciato questo mondo che tanto lo aveva ferito, e che tanto aveva indagato con occhio lucido e attento.

Testimone e vittima, martire della più perversa e feroce negazione dell’umanità che la storia abbia veduto, ci ha lasciato riflessioni implacabili. Personalmente, considero la lettura de “I sommersi e i salvati” un passo indispensabile, ineludibile, per qualsiasi riflessione sulla natura e la condizione umana.

 

Comprendere è impossibile.

Perché a noi, che la guardiamo da fuori, senza averne fatta l’esperienza –e di questo Levi era ben consapevole, portandosi dietro l’amaro ricordo delle beffarde parole di uno dei suoi aguzzini: “Chi potrà mai credervi?”- resterà sempre preclusa l’intuizione ultima del fondo dell’abisso. Quell’abisso del nulla cui erano destinati senza speranza i muselman condannati a sparire per la loro umana debolezza più che per la determinata ferocia del sistema, abisso che prima ancora di manifestarsi nella realtà finale della cenere della materia coinvolgeva tutti nell’annullamento di qualsiasi residuo di personalità e moralità, facendo sì che una volta redenti i sopravvissuti si sentissero colpevoli di essere tali, e quasi complici dei loro carnefici, per quella salvezza ottenuta soltanto grazie alla morte di tanti altri. No, comprendere tutto questo è davvero impossibile. Possiamo avvicinarci, sì. Ma l’uomo che conserva un barlume di civiltà non può arrivare a comprendere la negazione di se stesso: ed è su questa impossibilità che crescono, ancora oggi, sinistre ideologie di morte, di potenza, di dominio.

 

Stare in guardia.

Perché tutto ciò non si ripeta più. Non è una raccomandazione, né un consiglio: è un ordine, un moderno e terribile comandamento, quello che Levi volle lasciarci. Sembra facile, eppure l’errore è dietro l’angolo: storicizzare, ridurre il nazismo a un fenomeno limitato nel tempo e nello spazio, senza accorgersi di quanto, invece, nascesse dalle profondità recondite della parte oscura del cuore umano, e quanto forte sia, tuttora, in noi, nelle cose che diciamo e che facciamo. Capire di dove nasce: è questo l’impegno morale e civile cui tutti noi siamo chiamati, impegno che non può arrestarsi, che non può concedere sconti a nessuno. La negazione dell’uomo, la sua riduzione a “oggetto” non sono una prerogativa del nazismo storico, ma un pericolo attuale, da combattere in ogni sua manifestazione: tanto più se suadente, ingannevolmente avvolta nel manto della libertà e della giustizia.

 

E’ inutile istituire a ogni pié sospinto giornate o istituti o celebrazioni, creare finte commemorazioni di comodo, spazi in cui ridurre la verità della Storia addomesticandola ai propri fini. Oggi, nel ventesimo anniversario della morte di quello che è stato per noi italiani il più grande testimone dell’orrore (ricordate la sorgente del fiume di Conrad…), l’autore di testi che sono diventati letture educative nelle scuole di tutto il mondo civile, il quotidiano della sua città gli dedica mezza paginetta, gli altri neanche quella. Il ricordo è stato addomesticato, privandolo della realtà vissuta della testimonianza del martirio (viene da chiedersi se non sia troppo imbarazzante il confronto fra la testimonianza viva degli orrori del passato e certe aspirazioni del presente). E si rivela terribilmente attuale, e profondamente giusta nella sua durezza, quella maledizione biblica che Levi -ateo secondo cui se Auschwitz era esistito, Dio non poteva esistere- volle premettere al suo primo libro:

 Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no
Considerate se questa è una donna
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno
Meditate che questo è stato
Vi comando queste parole
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via
Coricandovi alzandovi
Ripetetele ai vostri figli
O vi si sfaccia la casa
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.

 

In memoria di Primo Levi, 1919 - 1987

 

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grazie slow

grazie slow

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sì, slow, grazie amo primo

sì, slow, grazie

amo primo levi, anni fa andai fino ad auschwitz con la mia vetturetta in una sorta di pellegrinaggio, e ritengo i sommersi e i salvati un'opera illuminante non solo in relazione ai lager nazisti, ma alla dinamica che crea, che rende possibile la vittima

 la cosa più importante: non bisogna sottovalutare nè sopportare il male, pensando che in fondo non è così grave e che più di tanto non accadrà

gli ebrei non vollero credere a ciò che man mano si stava costruendo ai loro danni

e andò come sappiamo

davvero, se per caso non l'avete letto, leggete i sommersi e i salvati

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I Sommersi e i salvati

I Sommersi e i salvati doveva essere il titolo del primo libro ma l'editore (faticosamente trovato dopo il rifiuto di Einaudi) fu colpito da un verso del monito di Levi ed optò per "Se questo è un uomo". Ho sempre portato grande rispetto per quest'omino fragile e lucido, colpito dall'immane tragedia che fu lo sterminio (Olocausto fu parola che, significando "sacrificio", non gli piacque mai) e capace di portare una delle più grandi testimonianze della capacità dell'uomo di far soffrire un suo simile.

P.S. L'Unità ha pubblicato un paginone, l'altroieri.

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