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Inserito da V il Mer, 2009-03-25 09:17 |

“Scherzi? C’è grande confidenza. Chiederlo a me è come chiederlo a lui. No davvero, siamo così”

Cugino Aurelio avvicina gli indici fino a metterli uno accanto all’altro. All’istante ho voglia di spaccargli la faccia: dovrebbe esserci una legge che vieti di somigliare a Maurizio Mattioli e contemporaneamente fare dei gesti con le mani che ricordino il suddetto Maurizio Mattioli avendo un nome idiota come Cugino Aurelio. Che poi, cugino di chi. Per quanto ne so, potrebbe chiamarsi Aurelio di nome e Cugino di cognome, o addirittura viceversa. Apro e chiudo i pugni un paio di volte, immaginando la sensazione del suo setto nasale contro le mie nocche ed il piacere di dirgli, quando mi chiederà perché, che con me è meglio evitare di gesticolare in un modo che possa vagamente ricordare attori dei Cesaroni trombati dopo la prima stagione. Poi però mi accorgo di un paio di falle nel mio piano infallibile: per prima cosa, l’unica volta che ho dato un pugno ad un’altra persona ero in terza media e l’ho fatto sanguinare solo perché s’è tagliato la mano sul mio apparecchio per i denti, e soprattutto ho un bisogno maledetto di questo panzone dalla mimica irritante. Mi deve raccomandare.

Mi faccio schifo.

C. A. Continua a blaterare nel suo falso romanesco, parla di conoscenze e frequentazioni a suo dire fon-da-men-ta-li per conseguire una qualsivoglia soddisfazione, un incessante borborigmo di nomi, circostanze e favori di cui colgo soltanto la minima parte. Senza dire nulla, mi dirigo verso il bagno. Piscio con la fronte appoggiata al muro, la nausea che mi rivolta lo stomaco. Mentre mi lavo le mani, alzo lo sguardo allo specchio sopra il lavabo: occhiaie di tre notti, venuzze come crepe nella sclera, due solchi a fianco degli angoli della bocca.

“Almeno lo facessi per qualcosa che ti piace”

Il tizio nello specchio mi guarda senza espressione. Ha delle cispe negli occhi, sono ancora fresche ma presto si seccheranno.

“Volevi agire nel modo giusto, volevi farcela coi tuoi mezzi e cambiare il mondo. Non lo cambierai, ed in più devi passare da questo stronzo per fare qualcosa che ti ripugna. Non sei fiero di te?”

Nessuna risposta, non un muscolo facciale che si muova, non un’emozione. Sembra un morto vivente. Mi sciacquo il viso, reprimo un paio di conati e torno nell’altra stanza. Cugino Aurelio sta ancora parlando, non si è nemmeno accorto che non c’ero.

“Perché tra me e lui c’è sempre stata ‘sta cosa, che anche se non ci sentiamo per mesi poi siamo sempre pronti ad aiutarci, e pure ad aiutare gli amici. Te vai là, io intanto lo chiamo, e vedrai che in un paio di giorni sei sistemato.”

Sistemato. Bella scelta di termini, sufficientemente ambigua. Già mi dà fastidio l’idea del “sistemarsi” usata nell’accezione positiva, detto così ha un che di patibolare che mi strappa un mezzo sorriso. Vabbé, facciamoci sistemare il prima possibile. Prendo il foglietto con l’indirizzo del Superpotente che dovrebbe aiutarmi, ringrazio ed esco. Senza smettere di sorridere attraverso la porta a vetri dell’ascensore, saluto di nuovo e mi lascio scappare un “vaffanculo” quasi impercettibile. Poi scendo in cortile, mi infilo il casco e riparto nella nebbia.

Sto un po’ meglio. Mi piace andare in moto d’inverno, mi piace il freddo contro le gambe e sulle dita, mi piace il fatto di non essere costretto ad andare forte per sentire fresco, mi piace che quando mi fermo la visiera si appanni, isolandomi dall’ esterno. Quando mi muovo il mondo esiste, altrimenti c’è soltanto grigio.
Mi piace anche il senso di fratellanza che si crea tra me ed i pochi motociclisti in giro: d’estate passi metà del viaggio a metter fuori le dita, finché non ti rompi le palle. D’inverno no, perché quando incroci qualcuno sai che anche lui ha pensato almeno una volta negli ultimi cinque minuti alla sua macchina, con il riscaldamento e il lettore di cd e il telefono a portata di mano. D’inverno in moto ci trovi solo quelli che ci credono, e stacchi volentieri le dita dalla frizione.

Al solito, inizio a cantare nel casco. Al solito, My way. Non perché mi piaccia particolarmente, ma perché per sentirmi sopra al rumore dell’aria ci vuole qualcosa da cantare con voce piena ed ingolata, e di cui ricordi tutte le parole. Quindi, o qualche inno nazionale o, appunto, My way. Stono così tanto che dovrei registrarla, sarebbe più punk di qualunque versione mai incisa. Ohi, cazzo fa quello?

Figlio di troia, è entrato nella rotonda senza dare la precedenza. Fortuna che andavo piano. Gli suono, lo mando affanculo, gli faccio il dito, tutto il repertorio insomma. Cosa fa? Si ferma? Il mio umore sta per migliorare. Scendo anch’io, e penso che godrò parecchio. E’ da quando vado in moto che sogno di insultare un automobilista e che quello provi a mettermi le mani addosso. Solo che io tengo su il casco, il giubbotto con le protezioni e i guanti: vediamo chi si fa più male. Mentre si avvicina, mi immagino la scena: lui che si para davanti a me, io che gli do una testata sul naso con il casco, lui che se ne va sanguinante e con la coda tra le gambe.

Sì, ma alza la visiera, genio. Troppo tardi: due respiri e non vedo più niente. Lui mi spintona e barcollo come un ubriaco, inciampo e vado per terra. Posso giusto rannicchiarmi mentre mi prende a calci. Almeno ho la tartaruga sulla schiena, si tratta solo di aspettare finché non si stanca. Infatti, dopo un po’ smette e se ne va. Sento una portiera che si chiude, il motore che si accende ed un rumore orrendo, tipo quello di un paraurti che urta una moto facendola cadere dal cavalletto sull’asfalto di una rotonda nella periferia di Milano in una sera nebbiosa di novembre.

La moto va. La carena ha più segni della faccia di Keith Richards, la ruota anteriore è storta ed ho l’impressione che non freni più tanto bene davanti, ma va. Devo ancora andare in un posto. Non ho più voglia di cantare adesso, né sono sicuro di voler salutare il prossimo motocicista che incontro.

L’indirizzo sul foglietto è quello di un palazzo signorile dentro la cerchia delle mura, uno di quei posti il cui campanello riporta solo numeri, perché gli inquilini non desiderano far sapere dove abitano. Che vadano affanculo: anch’io non voglio far sapere dove abito alla banca, chi si credono di essere? Suono ed il portone si apre senza che nessuno risponda al citofono. Entro zoppicando ed il portiere mi squadra sospettoso, poi torna a guardare il Milionario. Mentre l’ascensore mi porta all’ultimo piano, mi accorgo di non aver ancora tolto il casco. Non ho il tempo di farlo, perché l’ascensore si ferma al piano. Ovviamente, arriva direttamente in casa, sia mai che lorsignori debbano incontrare qualcuno sul pianerottolo.

“Ti aspettavo. Sei in ritardo e fai schifo”

La sua voce mi taglia in due. Mi mordo il labbro per evitare di piangere. Son qui a umiliarmi, dopo aver giurato che non l’avrei mai fatto, e già critica. Poi il suo tono si ammorbidisce.

“Hai fatto bene a venire. Forse adesso capirai come gira il mondo”

Non ci vedo più. Singhiozzo nel casco, le spalle che tradiscono il pianto, e faccio un passo verso di lui. Lui allarga le braccia come per accogliermi. Non sapevo nemmeno che fosse capace di gesti di umanità. Ormai siamo a pochi centimetri uno dall’altro, i passi attutiti dal tappeto persiano dell’ingresso. Il resto è facile: un movimento rapido con la testa, ed il casco gli spacca il naso. Si porta le mani al volto, ma un’altra testata sulle nocche gli strappa un urlo. Lo spingo verso l’interno dell’attico: gocce di sangue macchiano il parquet. Pazienza, domattina la filippina pulirà. Continuo a colpirlo col casco, finché la visiera non è completamente rossa. La sua faccia non esiste quasi più: è una poltiglia tumefatta, da dove c’era la bocca vedo cadere piccoli oggetti biancastri. Gli lascio il foglietto che mi aveva dato Aurelio e giro i tacchi.
All’uscita, il portiere sembra stupito di vedermi così presto.

“Tutto a posto?”

“Tutto a posto Pietro, grazie”

“Posso passare le telefonate, allora?”

“No, meglio di no. Papà non potrà rispondere per un po’, credo”

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Letto con gusto fino ai tre

Letto con gusto fino ai tre quarti, poi mi sono un po' persa nel finale. Boh, non sono sicura di avere capito, :).

Fa niente, ora ci penso un po'.

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ottimo, davvero avrei molte

ottimo, davvero

avrei molte cose da dire, pero' disordinate quindi rinuncio

 

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fantastico!!!

fantastico!!!

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mica nienteapplausi

mica niente
applausi

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E dille in disordine, M, che

E dille in disordine, M, che a me interessano anche se le scrivi in polacco anagrammato (il polacco normale non lo capisco, quello anagrammato sì).

Per MJ: come direbbe il De Gregori che si poteva ancora ascoltare, non c'è niente da capire. Non è un racconto autobiografico, non c'è una morale precisa (o almeno, non ne avevo in mente nessuna). Ovviamente alcune parti sono cose mie, ma in realtà avevo solo voglia di provare alcune atmosfere e di metterci un finale a sorpresa o quasi

 Freccia, sgrigna: grazie.

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no, mi veniva da parlare

no, mi veniva da parlare dell'umiliarsi e del non umiliarsi, per uno scopo, e ripensavo a quante volte nella mia vita avrei dovuto essere piu' intelligente e umiliarmi, almeno per un secondo, per ottenerne dei vantaggi

e anche di come sia diversa la misura dell'umiliazione per ciascuno di noi, ossia magari quello che avrei dovuto fare io per uscire vincente da certe situazioni per molte persone sarebbe stato assolutamente normale e non avrebbero neanche lontanamente intuito che si stavano umiliando; o forse non si stavano per niente umiliando e sono semplicemente io a essere un coglione e un arrogante e pieno di merda

insomma sono qua, tutto d'un pezzo, ma c'e' qualcuno a cui questo interessi?

eppure continuo a tenere la schiena dritta ma non so piu' neanche io perche'

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M, per te stesso non ti "

M, per te stesso non ti " umilieresti". Ma per un figlio?

Voglio dire, anche quel padre che poi viene preso a pugni potrebbe avere i suoi perchè, e forse non del tutto disonorevoli.

 

( ecco forse perchè mi sono un po' perplessa nel finale, mi sembrava una " punizione" esagerata )

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In realta' si, in realta',

In realta' si, in realta', per come la vedo io, e so di vederla male, da imbecille, mi umilio tutti i giorni facendo cose di cui non mi frega niente e in cui non credo piu' da tempo. Come lavorare. Come essere gentile. Come far parte di un sistema che mi ripugna. Tante cose insomma.

Peccato. Siamo tutti schiavi, anche quel padre. Siamo tutti alla catena, e' triste ma e' cosi'.

 

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M è uno di quelli che vede

M è uno di quelli che vede la catena. Chi l'ha detto che la consapevolezza è libertà? M vede la catena e sta peggio di chi non sa nemmeno di essere legato. Bella fregatura.

 

MJ: Può darsi che semplicemente l'unica violenza possibile fosse quella su chi non se l'aspetta, e anzi in quel momento è indifeso. C'è una violenza immaginata, una subìta ed una riuscita. Poi non è detto che il protagonista faccia giusto, forse sfoga solo frustrazioni.

(sì, sto cazzonando alla grande, interpretando a posteriori qualcosa che ho scritto io.)

 

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" Poi non è detto che il

" Poi non è detto che il protagonista faccia giusto, forse sfoga solo frustrazioni."

 

Certo. Non intendevo dire che non fosse giusto , non è che un racconto debba essere giusto o " morale ". Solo quel punto mi ha spiazzato un po'. Il che, alla fine è anche meglio, no?

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V, non sai quanto hai

V, non sai quanto hai ragione.

Tu puoi anche non crederci, ma ti giuro che io, dentro di me, mi ritrovo spesso e volentieri a invidiare quei soggetti ripugnanti che sanno vivere.

Non scherzo per niente, per farti un esempio io provo invidia per uno Schifani, per un Tajani, anche per una Carfagna, va'.

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C'era una virgola persa.

C'era una virgola persa. Correggo perchè cambia il senso.

Era :

 

Solo, quel punto mi ha spiazzato un po'.

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La consapevolezza è peggio.

La consapevolezza è peggio. Essere schiavi, ed esserne consapevoli. Che c'è di peggio? Certe vole mi domando se valga la pena inculcare senso critico a mio figlio, forse lui vivrebbe molto meglio senza.

(  d'altra parte, non c'è bisogno di inculcare senso critico in lui, ne ha in abbondanza anche senza il mio aiuto )

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Bellissimo post.

Bellissimo post.

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Davvero bello. Tanto che,

Davvero bello. Tanto che, prima del finale, che non poteva essere realmente descritto se fosse successo -altrimenti saresti in galera- ho temuto fosse vero...

Volevo lasciare il commento l'altro giorno, ma 'a password e balle varie, me ne son dimenticato..

 Bello!

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