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Galleria ociana... con gli occhi della Gran Madre
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Inserito da V il Lun, 2008-07-07 12:53
figuracce | incontri | Racconti | religione
- Buongiorno - Buongiorno
Inserito da V il Mer, 2008-02-20 14:20
hommage | maldestre imitazioni | migliori | perdenti | Racconti
Che cos'è lo sport? Lo sport risponde a questa
con un'altra domanda: chi è il migliore?
Parole di Roland Barthes, nei testi del documentario di Hubert Aquin "Che cos'è lo sport?".
Ma a questa domanda, che risale ai
duelli antichi, lo sport conferisce un nuovo
significato, perché l'eccellenza dell'uomo,
in questo caso, viene misurata in base
alle cose. Chi è il più bravo a vincere
la resistenza delle cose, l'immobilità della natura?
Chi è il più bravo a manipolare il mondo
e darlo agli uomini... a tutti gli uomini?
Sono quasi certo che Hook non ha mai avuto l'occasione di sentire queste parole, ma credo che sarebbe in lieve disaccordo con il grande semiologo, e probabilmente lo esprimerebbe con articolati concetti a base di "fuck", "nigga" e "shiz".
Perché Hook era il migliore, ma non gli è servito a niente. Hook non ha portato il fuoco agli uomini, Hook non ha difeso il suo villaggio, Hook non ha scaldato il cuore di altri. Hook era il migliore, ed ha sempre perso.
La NBA. Il campionato dei sogni per chiunque giochi a pallacanestro: la fama, la gloria, le telecamere. Ma soprattutto, per chi viene dalla strada, i soldi. Centinaia di migliaia, milioni di dollari: il salario minimo per chi è al primo anno è 385.000 dollari più spicci, e aumenta per ogni anno trascorso nella lega. Chi ce la fa per dieci anni, guadagna almeno un milione di dollari l'anno.
Soldi che possono cambiare la propria vita e quella di tutta la famiglia, tirarti fuori dal ghetto, toglierti dal volante di qualche macchina scassata dotata del solo optional di una pistola nel cruscotto per farti sedere nel retro di una limousine con autista. La NBA è piena di queste storie: storie di ghetti, giovinezze per strada, padri ignoti. Storie di gente che viene da luoghi il cui nome è già una minaccia: Compton, South Central, Harlem, Oakland. Origini e modi di vita che si riverberano nei comportamenti sul campo: caratteri difficili, aggressività agonistica sopra le righe, tatuaggi, rabbia.
Ma le storie sono per quelli che ce l'hanno fatta, che malgrado tutto sono arrivati in cima e che adesso stanno sotto le luci. Attorno a loro, nella penombra delle possibilità inespresse, crescono le leggende. Leggende su giocatori di playground più forti di chiunque altro mai visto, di campioni bruciati sulla strada, di immensi talenti sepolti nella suburra criminale delle grandi città.
Come quella di Hook. Nato Demetrius Mitchell l'11 settembre 1968 ad Oakland, California, e divenuto subito Hook grazie al soprannome che gli diede la nonna per via della testa a punta che lo faceva, a suo dire, sembrare un attaccapanni.
Inserito da V il Mer, 2008-01-30 16:05
metafore | non è autobiografia | parlare molto per dire niente | Racconti | strane cose parte fine (ed era ora)
(continua da qui, e qui, e qui)
![]() Non c’era più: dissolto, scomparso, volatilizzato. Nessuno l’aveva visto uscire, nessuno aveva sentito rumori, nessuno sapeva nulla. L’appartamento era disordinato e puzzava di chiuso, ma non c’era niente di anormale. C’erano una tazzina da caffè incollata al suo piattino, un posacenere colmo di cicche sul bracciolo – sinistro – del divano, briciole, un paio di ciabatte, un cestino pieno. Ma di lui, neanche l’ombra.
Inserito da V il Mar, 2008-01-29 16:16
metafore | non è autobiografia | parlare molto per dire niente | Racconti | strane cose parte terza (che palle)
![]() Stette a guardarla allibito. D’improvviso non esistevano più né spossatezza né sofferenza, tutto il suo corpo - tranne la mano destra, che proseguiva da sola per automatismo – si tendeva verso lo schermo: non voleva lasciarsi sfuggire neanche un fotogramma di ciò che stava accadendo. Lei sedeva con le gambe accavallate, sfoggiando una mise da donna austera-ma-che-non-rinuncia-alla-sua-femminilità completa di calze velate, gonna appena sotto il ginocchio e tacchi alti ma non troppo. Sembrava la protagonista di un film di Frank Capra, solo aveva in più un tocco di “Provincia Segreta Vol. 5 – Fidanzate Vogliose”. La trovò attizzante da morire. Accarezzò per un istante l’idea di farsi una sega guardando la propria ex ragazza in televisione, poi si rese conto che era una cosa molto perversa, e che in ogni caso se la stava già facendo. Accelerò un attimo, giusto per onorare il momento, e tornò ad ascoltarla attentamente, incredulo.
Inserito da V il Gio, 2008-01-24 17:43
metafore | non è autobiografia | parlare molto per dire niente | Racconti | strane cose parte seconda (come ancora?)
(continua da qui) ![]()
Subito aveva ripreso a masturbarsi, senza nemmeno cambiare canale. Avrebbe tanto voluto venire di fronte al Sommo Pontefice o ad un alto prelato, l’avrebbe considerata una vendetta appropriata. In realtà, si sarebbe accontentato anche di un parlamentare dichiaratamente cattolico, non era un tipo particolarmente esigente. Purtroppo, nonostante l’interruzione, la pippa di poco precedente un qualche effetto l’aveva avuto: mestamente, s’era reso conto che il programma sarebbe finito prima del periodo refrattario. Non si era però perso d’animo: tornato al meeting, aveva ricominciato a fantasticare sulle secondarie applicazioni della fune e del nastro, arrivando al compimento di una reprise che si era rivelata discreta, se non proprio memorabile.
Inserito da V il Mer, 2008-01-23 11:39
metafore | non è autobiografia | parlare molto per dire niente | Racconti | strane cose
Alla quattordicesima, sentì che gli stava per venire un po’ di mal di testa. Non che una semplice emicrania potesse farlo recedere dai suoi propositi autolesionisti, no: constatò il dolore con stoica rassegnazione, diede una scrollata di spalle e proseguì. Si stupì non poco di poter scrollare le spalle senza perdere il ritmo, e ne trasse un auspicio roseo sulla riuscita, oltre che una fugace rilassatezza alla schiena. |
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