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Inserito da V il Mer, 2008-10-29 11:35 | |

Vabbé. Ve lo ricordate questo post? No? Peggio per voi: vi perdete una pirotecnica salva di arguzie, ironia e tanta tanta gioia per tutta la famiglia, come non ne provavate da quel giorno alle medie quando siete tornati dalla visita per mettere l'apparecchio ortodontico ed avete trovato il pesce rosso che galleggiava sul dorso nell'acqua stagnante della sua boccia.

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Inserito da V il Gio, 2008-07-31 11:11 | |

Se mi chiedessero qual è la citazione più inflazionata su internet, risponderei. Siccome però non me lo chiede nessuno, cazzi vostri.
Però un'altra che ha abbastanza sfranticato è "le parole sono importanti", con il (necessario) corollario "chi parla male pensa male".

Peccato che io in questa cosa ci creda. Credo che usare le parole sbagliate per definire i concetti porti a cambiare i concetti stessi, rendendoli irriconoscibili e, conseguentemente, inarrestabili. Non è che sia un'idea particolarmente originale: già nel 1948 uno scrittorucolo di fantascienza inventò il termine "neolingua" proprio per indicare alcuni ribaltamenti semantici che risultavano strumentali alla sottomissione dei cittadini: cose come "la libertà è schiavitù", "la guerra è pace", "l'ignoranza è forza".

Se a leggere queste cose vi è passato un brivido lungo la spina dorsale, i casi sono due: o è il caso di abbassare l'aria condizionata o avete all'incirca come obiettivo quello di "distruggere le armate rosse" sul Risiko della vita, con la piccola complicazione che le armate rosse le avete voi, faticate a difendere l'Oceania e l'unico tris che avete visto in dieci mani sono tre cannoni senza nessun territorio posseduto.

Se non vi è passato nessun brivido, vabbé, che leggete a fare?

Ora, però, tutte questo sarà pure importante, soltanto che non mi alzo la mattina per vestirmi in maniera ridicola e parlare di entità che non esistono ad una folla di individui che professa una cosa e poi ne fa un'altra, né possiedo una serie di scherani prezzolati per farvi credere quello che voglio io, né esporto sistemi di governo a frammentazione. Al mattino mi alzo e timbro, e rappresento un costo.

Costo del lavoro.

Gli economisti classici, compreso il vecchio Karlone col Barbone che scrisse il Capitalone, utilizzavano il Lavoro come misura del valore delle merci: in parole povere e molto schematizzato, ogni bene scambiato valeva quanto il lavoro che riusciva a comandare o comprare, oppure valeva tanto lavoro quanto ne era necessario per produrre quello stesso bene.

Poi, ad un certo punto, s'è cominciato a parlare di costo. Non so bene quando sia accaduto, forse quando si è deciso che non possedere i mezzi di produzione fosse una colpa e che come tale andasse punita, ma il lavoro, da misura del valore delle merci, è divenuto equiparabile alle materie prime, alla biada del bestiame ed alla cancelleria dell'ufficio. Chi lo compera ne ha la proprietà, e se costa meno tanto meglio. C'è però un dubbio che mi attanaglia: posto che il rapporto tra la popolazione dei dipendenti e quella dei datori di lavoro deve essere per forza sbilanciato a favore dei primi*, la riduzione del costo del lavoro comporterà un conseguente aumento dei margini, facendo del detrimento di molti il vantaggio di pochi. Sceverando il discorso da qualunque aspetto etico, la mia domanda è la seguente: ma a me, in tasca, che me ne viene? Ovvero: non essendo del tutto persuaso che il tuo (tuo di te, imprenditore) arricchimento comporti altro che una crescita del consumo di righe di cocaina stese sul culo di modelle bielorusse minorenni o un incremento dell'abusivismo edilizio in posti che io non potrò mai permettermi, comincio a pensare che con questa storia della riduzione del costo mi stai un po' fregando.

Dovresti cioè spiegarmi in maniera semplice, in modo che la possa comprendere anche chi è nato senza tessera di Confindustria, perché dovrei aspettare che ti esploda la tasca posteriore destra dei pantaloni per raccattare qualcosa, e perché, dove, come e quando io sono passato dall'essere misura del valore di ciò che ti paga la villa in Sardegna all'essere un qualcosa nonostante il quale tu puoi comprarti la villa in Sardegna. No sai, perché a me pareva che tu avessi bisogno di me, e che lo scambio alla base del nostro contratto fosse dato da una comunanza di interessi. Ma pare che mi sia sbagliato. Bon, mandami una cartolina dal Billionaire, fammi contento dai.

*(per quanto, l'idea di decine di industriali** che si recano col cappello in mano all'Adecco a pregare di avere almeno un'ora di lavoro da parte di qualche precario mi arrazzi terribilmente. Tuttavia, mi fa notare la mia correttrice di bozze, nel caso non esisterebbero né Adecco né precari, e quindi la mia fantasia erotica non ha granché senso)

» leggi tutto | 36 commenti | letto 1652 volte
Inserito da Slowhand il Gio, 2008-04-24 08:06 | | |

Dato che esiste una nutrita (ben nutrita, in tutti i sensi) schiera di manager o presunti tali che considera "lavoro" la reiterata preparazione di presentazioni in PWP, non mi sento particolarmente colpevole se per una serie di motivi che non starò a spiegare succede che, invece di sedermi alla scrivania, partecipo più o meno attivamente a riunioni, briefing, meeting, incontri, seminari, conferenze (potete aggiungere tutti i sinonimi conosciuti) su argomenti che si presumono avere attinenza col mio lavoro.

» leggi tutto | 3 commenti | letto 355 volte
Inserito da V il Mar, 2008-04-08 09:24 | | |

Il posto dove lavoro

è brutto

ma non è un brutto di abbandono

o di incuria

è un brutto voluto

efficiente

un brutto funzionale.

E' come un utensile

un attrezzo

un cacciavite o una chiave inglese

però fatto di terra

di capannoni di strade di benzinai

di cartelloni pubblicitari

e di camion.

Un attrezzo grande come un paese

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